Ipse dixit - Il punto è l'interpretazione

Ipse dixit - Il punto è l'interpretazione 16 Giugno 2017

Ipse dixit - Il punto è l'interpretazione

“Che superficiali! Non sanno andare in profondità come noi”.
Scommetto che molti, lavorando con persone più giovani, avranno detto o sentito questa frase. L’attenzione verso l’incontro inter-generazionale è globale. Cerca #millennials o #generationZ o #intergeneration. Puoi trovare i risultati del Bureau of Labor Statistics, uno studio della Oxford Economics, l’opinione del presidente della SAP SuccessFactor (sì, proprio il colosso del software tedesco), un report Gallup, un’intervista a Simon Sinek (il guru del “know why”). Persino un tweet di Leah Nadeau, artista 25enne di San Francisco che ci dice di stare all’erta perché, presidente Trump o no, i Millenial conquisteranno il mondo. Pare peraltro che se avessero votato solo gli under 35 non ci sarebbero stati né Brexit né Trump. O è più significativa una lettura geografica di questi voti con la categoria a noi più vicina della contrapposizione “città” e “campagna”?

Ma torniamo al luogo comune della superficialità. Penso a colleghi e Clienti più giovani con cui lavoro (molti) e ai miei familiari under 35 (meno). Penso alla Degrassi Next Class o a Josh di Please Like me (entrambi su Netflix). “I’m googling it”. Se non sai qualcosa cercalo. È la prima generazione a essere entrata nell’adolescenza con accesso istantaneo praticamente a ogni informazione. Ma sapere e comprendere sono cose ben diverse: il problema è l’interpretazione. La trasposizione nell’esperienza. Il racconto che trasforma quello che ho appena letto in una conoscenza e in una “skill”. Ed è per questo che quando racconti cos’hai imparato in 20 anni di lavoro, dando una chiave di lettura, scatta quel processo di fiducia che dà valore alle relazioni.

È davvero così diverso rispetto a quanto accadeva tra me e mio padre?

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