Found in translation. Tradurre parole ed esperienze.

Found in translation. Tradurre parole ed esperienze. 01 Luglio 2016

Traduzione e collaborazione. Su Weconomy vediamo come competenze differenti siano necessarie per creare valore, partendo dal gruppo di traduzione dei TED talk giapponesi.

Found in translation. Tradurre parole ed esperienze.

 

Ormai più di dieci anni fa apparve nelle sale il secondo lungometraggio di Sofia Ford Coppola: Lost in translation. Un film sulla incomunicabilità – si disse. Non certo un film sui traduttori, naturalmente. Eppure lo spettro di ogni traduttore – come di ogni seria relazione tra persone in azienda – è quello di perdersi qualcosa di interessante, di necessario.
C’è infatti qualcosa di esemplare nell’impresa del traduttore.
La prima è certamente l’incontro con un codice diverso, che è necessario (o interessante) decifrare.
La seconda è che ogni lavoro di traduzione è, naturalmente, un lavoro di immedesimazione e di interpretazione. Il testo da cui si traduce proviene da un’esperienza che lo ha generato (e con la quale è bene sempre tentare almeno una minima immedesimazione), il testo tradotto obbedisce ad analoghe condizioni. Deve servire a qualcosa.
Ora noi però sappiamo bene che la parola ‘traduzione’ non si applica solo ai testi (scritti, parlati etc.). Per comprendere qualcuno (o qualcosa) di diverso (e ignoto) abbiamo sempre bisogno di riportarlo a tratti familiari, appunto di ‘tradurlo’. Nella nostra lingua, nella mia lingua. Cioè nella nostra esperienza. Sappiamo però anche che la sua particolarità, la sua originalità va rispettata, cioè lasciata libera di esprimersi. Lo sa ogni bravo traduttore, lo sa ogni bravo talent scout o responsabile delle risorse umane.

Ma che cosa accade quando questa ‘traduzione’ è un’impresa collettiva?
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